La decrescita felice: dialogo con la dottoressa Villa

La decrescita felice: dialogo con la dottoressa Villa
La decrescita felice: dialogo con la dottoressa Villa 2018-01-25T16:13:46+01:00

Project Description

La decrescita felice: dialogo tra Riccardo (nome di fantasia) e la dottoressa Villa

Riccardo. La gente che vive intorno a me nota solo la mia mole, e mi fa detestare, davanti allo specchio, lo stato in cui sono per il “superlavoro” dei miei denti. Allora, tra dubbi e ripensamenti, scatti d’orgoglio e brucianti fallimenti, abbandono il bricolage dietologico e chiedo aiuto a chi si è fatto una cultura sul giusto peso. Ammettere di avere un problema e cercare aiuto presso chi, professionalmente, dovrebbe saperne a sufficienza per trovare la soluzione, è il primo passo nella direzione giusta.

Dottoressa Villa. Nelle sue parole c’è il sintomo di un disagio ancor prima di un disordine alimentare. Ma io sono una biologa specializzata in scienza della nutrizione e, osservando la vita in natura e tutto quello da cui essa trae sostentamento, ho trovato che essa funziona sempre ricorrendo all’equilibrio tra una moltitudine di componenti.

Perdere peso corporeo è andare alla ricerca dell’equilibrio tra fabbisogno energetico del vivere quotidiano e benessere dell’organismo, senza sacrifici da fachiro indiano: perché dobbiamo perderli questi chili, e non recuperarli mai più. Chissà quante volte le avranno consigliato di dimagrire per evitare di aver a che fare troppo coi medici…

Riccardo. Effettivamente il medico aziendale mi ha detto che senza le decine di chili che mi porto appresso non avrei bisogno di curare l’ipertensione; il medico di famiglia teme che, un giorno non troppo lontano, sarà costretto a prescrivermi terapie per il cuore, data anche la mia famigliarità col problema; l’ortopedico che mi ha operato il ginocchio sinistro sostiene che, perdendo una quarantina di chili, eviterò l’analogo intervento a quello destro, dato che le teste dei femori risultano, dalle radiografie, già levigate per il sovraccarico che sopportano.

Dottoressa Villa. Quaranta chili sono un obiettivo importante, ambizioso assai… piuttosto, mi parli di quella sua famigliarità con le malattie cardiache.

Riccardo. Mio padre e mio zio sono entrambi morti per miocardiopatia dilatativa, prima d’aver compiuto sessant’anni, accomunati dal tabagismo più sfrenato, dalla passione per la buona tavola, dall’amore per il lavoro intenso.

Dottoressa Villa. In comune con suo padre c’è la passione per il cibo, che però lei sta riconsiderando come patologica e vorrebbe da me idee per contenere la crescita ponderale, senza mortificare troppo lo spirito. È esatto, anche se non è facile ammetterlo….

Riccardo. Tuttavia, io l’ho declinata e interpretata estendendola a quasi tutto quanto è presente in frigorifero o in dispensa, ma non ho mai varcato il limite tra la cucina e la tavola imbandita, perché rispetto la maestria dei cuochi e li gratifico con la mia voracità.

Dottoressa Villa. Il peso delle abitudini che si apprendono in famiglia è fuori discussione, così come l’inevitabile spirito di emulazione nei confronti delle figure genitoriali.

Ma crescendo, ciascuno di noi cerca e trova la propria via e si libera di quel peso, o almeno ci prova: dunque, ci andiamo da soli davanti agli specchi, per piacere e per piacerci.

Il mondo, però, è molto più complesso di quanto crediamo, e i riflessi degli specchi, siano essi gli occhi delle persone o quelli che ci restituiscono una immagine fisica, non ci piacciono affatto perché troppo differenti dall’idea che abbiamo di noi stessi.

Da qui nasce il disagio a cui lei, Riccardo, risponde saccheggiando la dispensa e il frigorifero, senza tralasciare di spazzolare quanto, decollato dalla cucina, atterri sulla tavola a pranzo e a cena.

Riccardo. Il cibo, ma ancor di più l’atto del mangiare, in piedi o seduto a tavola non fa alcuna differenza, è una delle poche soddisfazioni per cui vale la pena vivere.

Non mi piace questo mondo, né la mia vita fino a qui e nemmeno la mia faccia con tutto il resto, annesso e connesso, che fotografie e specchi sbattono sul grugno della mia autostima.

Mangiare è meglio che fare l’amore: è una valvola di sfogo a questa tensione quotidiana e, poi, dura di più e aiuta a vivere.

Dottoressa Villa. Sia onesto con se stesso: mangiare aiuta solo a sopravvivere…per vivere bene non basta, bisogna stare in buona salute.

Se è vero che cibarsi all’impazzata placa i suoi nervi, concedendole anche momenti di estraniazione dal mondo, è pur vero che il suo organismo le sta già presentando il conto: ipertensione, fragilità articolari, emocromo con diversi valori al limite oppure oltre soglia e chissà cos’altro.

Tenere sotto controllo il peso corporeo, e per lei farlo scendere a un livello fisiologicamente accettabile, è la strategia migliore per evitare che certi nodi vengano al pettine troppo presto. Io, nutrizionista,  le insegnerò un nuovo codice di condotta alimentare, basato sugli alimenti che già conosce ed è uso mangiare, introducendo combinazioni nuove tra gli stessi, senza stravolgimenti: vedrà che ridurrà anche le incursioni in dispensa.

Non la lascio solo con una dieta in mano, si aggiusti e arrivederci alla prossima visita: io sono come un direttore d’orchestra che studia le partiture, conosce gli strumenti e gli strumentisti e ha il compito di armonizzare il tutto e produrre il miglior concerto possibile.

Ma il concerto è dedicato a lei, che ne è anche il compositore: il successo sarà sotto gli occhi di tutti e sarà il suo elisir di giovinezza.